Sono nato alle 11 di sera del 21 aprile 1944 (cuspide tra i segni dell’Ariete e del Toro) anche se l’impiegato comunale mi ha registrato il 22, quando mio padre si presentò la mattina dopo all’Ufficio Anagrafe di Reggio Calabria. Quindi ufficialmente la mia vita super movimentata ha avuto inizio il 22 aprile del ’44. La sua originalità parte da una preistoria intensa e agitata.
1. LA PREISTORIA
Mio padre Lorenzo Amato e mia madre Gioconda Mastronardi si fidanzarono poche settimane prima che l’Italia entrasse in guerra il 10 giugno 1940. Ma vennero subito separati perché mio padre venne richiamato in servizio militare come riservista con destinazione Mondragone, in provincia di Caserta. Si incontravano quando lui veniva mandato in licenza, coltivando ogni volta la speranza che si realizzassero le previsioni di una rapida e imminente vittoria che il minculpop del Governo imponeva a tutti i media.
Ma lentamente aveva cominciato a farsi strada la sensazione che la guerra non fosse la marcia trionfale annunciata quotidianamente dai comunicati ufficiali. Così, stanchi di aspettare la vittoria sempre più improbabile e la fine del conflitto che non arrivavano, decisero di approfittare di una breve licenza per sposarsi nel marzo del 1943. Trascorsero una brevissima luna di miele a Venezia, ospiti di un fratello di mia nonna paterna Concetta che era emigrato dalla provincia di Benevento per lavoro a venti anni nella città lagunare, dove aveva messo su famiglia. E si separarono di nuovo, lui nell’entroterra del casertano e Lei a Reggio.
Stanco di aspettare licenze sempre più sporadiche mio padre decise nell’estate del ’43 di affittare nel vicino centro di Villa Literno una stanza presso una famiglia locale, dove si trasferirono mia madre e sua sorella Elisa. Così potevano incontrarsi e stare insieme più spesso quando lui era libero per qualche ora dal servizio.
Fu proprio lì che avvenne il mio concepimento in un giorno del rovente agosto del '43. Si trattò di un segno del destino perché i miei avi Amato erano stati quattro fratelli - tutti artigiani - che dall’area napoletana si erano trasferiti verso la metà dell’800 a Reggio Calabria. E avevano dato vita a quattro rami che si sono moltiplicati
2. IL VIAGGIO “BIBLICO” DI DUE MESI DA NAPOLI A REGGIO (ottobre-dicembre 1943)
Nel terribile settembre del 1943 che si concluse con le gloriose 4 Giornate di Napoli (dal 27 al 30 settembre il popolo napoletano fu il primo in Europa a liberarsi da solo dai tedeschi costringendoli a lasciare la città prima dell’arrivo dei “liberatori”) mio padre si salvò per un pelo dai rastrellamenti dei tedeschi grazie ad una trovata ingegnosa del suo anziano affittuario di Villa Literno. Coprì lui e un suo commilitone con un ammasso di pietre e mattoni, evitandogli la cattura e il trasferimento in uno dei campi di concentramento. Scampato il pericolo, verso il 10 di ottobre cominciarono un viaggio assurdo, inimmaginabile, di due mesi da Napoli a Reggio. Pertanto, con strade e ferrovie distrutte, il mio viaggio nel grembo di mia madre fu particolarmente movimentato e denso di difficoltà e incognite.
Quel viaggio dal sapore “biblico” non si concluse male soltanto grazie al grande cuore della gente delle campagne e dei borghi del Sud. Era gente povera che viveva di stenti ma offrì un’ennesima prova della sua umanità. Diede loro ospitalità in giacigli improvvisati, passaggi su carri trainati da animali e offrì come cibo i loro prodotti, che sono tuttora i miei preferiti: latte, formaggi, frutta, uova e pane che producevano saltuariamente in casa senza sale. Sì, senza sale perché il sale allora arrivava dalle grandi saline di Trapani. Ma il commercio era stato interrotto per l'affondamento dei traghetti nell'estate del '43 da parte degli anglo-americani nel porto di Messina prima dello sbarco a Reggio il 3 settembre. Era stato poi aggravato dalle distruzioni di strade e ferrovie operate dai tedeschi durante la loro ritirata per ritardare l’avanzata degli Alleati. Lorenzo, Gioconda ed Elisa giunsero finalmente a Reggio stremati e dimagriti, nei primi giorni di dicembre, circa due mesi dopo quel viaggio-calvario.
Mi sono chiesto più volte quanto abbiano inciso sul mio carattere e sulla mia personalità quei due mesi in cui ho convissuto con mia madre emozioni e sentimenti di quel viaggio che Lei mi raccontò durante l’adolescenza e mi feci ripetere più volte. Dapprima li avevo accolti come una esperienza vissuta da lei, mio padre e mia zia Elisa. Poi, coltivando la mia seconda passione dopo la storia - la psicologia - un giorno ho comprato il libro di Gustav Jung "il problema dell'inconscio". Leggendolo avidamente mi sono analizzato. È stata la mia illuminazione sulla via di Damasco, da Napoli a Reggio. Mi sono reso conto che mia madre ed io avevamo vissuto insieme quei due mesi terribili del 1943. E ho spiegato per prima a lei alcune mie fissazioni alimentari che lei mi aveva raccontato riguardo ai primi anni vita. Non posso fare a meno tuttora di latte, frutta e uova. E preferisco il pane e anche gli altri cibi senza sale. Aspetti che non sono stati presenti in mia sorella e mio fratello.
Quanto la nostra vita è determinata da ciò che accade attorno a noi anche prima della nascita! Mi sono altresì reso conto da dove traeva origine la mia irrequietezza, la tendenza a vivere intensamente occupandomi di una molteplicità di argomenti o di impegni nella stessa giornata, sempre preoccupato che uno solo non prenda il sopravvento sugli altri, sempre geloso della mia indipendenza e quindi insofferente di vincoli troppo stretti, sempre coinvolto in una specie di vortice in cui non ho mai concepito la parola “vacanza”. Persino i viaggi sono stati tutti per seguire l’avidità di conoscenza o per un preciso impegno di studio, di ricerca, di organizzazione di un evento o di partecipazione a eventi specifici. Durante il forzato isolamento della pandemia del Covid mi sono accorto di un particolare costante nelle foto di classe durante la vita scolastica: in ognuna di esse, dalle elementari al Liceo, io ero sempre il primo o l’ultimo di una fila, come se volessi preservarmi sempre uno spazio di libertà, la via per differenziarmi o allontanarmi dal gruppo. Un moto inconscio ma costante, che rispecchia la vocazione a stare assieme agli altri senza mai totalmente intrupparmi, riservandomi uno spazio indipendente. Un atteggiamento che ho avuto per tutta la vita, sia nel privato che nel pubblico.
3. LE MIE RADICI PROFONDE NEL SUD
3.1. Il ramo Amato
Mio nonno Pasquale aveva aperto una macelleria nella zona Nord della città e aveva sposato Mariangela (detta Concetta) Carullo, originaria della provincia di Benevento. Dalla loro unione erano nati cinque figli, di cui mio padre era il terzogenito, nato nel 1910. Dopo aver conseguito la licenza elementare aveva scelto il mestiere, iniziando il suo apprendistato nel laboratorio della Pasticceria Barreca nel Corso Garibaldi in fase di ricostruzione. Era una delle Pasticcerie create nella via principale di Reggio da Maestri che si erano trasferiti da Messina durante l’Ottocento. Si era così realizzata a Reggio la fusione tra la ricca arte pasticcera siciliana e quella, altrettanto ricca, napoletana già presente nella città continentale dello Stretto, dando vita alla straordinaria tradizione della pasticceria reggina.
Correva l'anno 1920. Erano tempi in cui vigevano ancora consuetudini che venivano dal tardo Medioevo, quando si erano costituite le Corporazioni di Arti e Mestieri. Infatti mio nonno per anni versò mensilmente la quota spettante al Maestro come compenso per il mestiere che stava insegnando al giovane Lorenzo. Insegnamento che era molto faticoso per i giovani allievi. Quando il Maestro si apprestava a preparare le dosi di un dolce ordinava ai ragazzi di dargli le spalle per non assistere alla pesatura degli ingredienti utilizzati. Per superare questo limite mio padre si inventò un sistema con l'ausilio di sua madre Concetta. Era una donna che aveva conseguito la licenza elementare ed era un'accanita lettrice e appassionata di opere liriche (anche nel giorno in cui se andò, pretese che le portassero a letto il suo giornale quotidiano che leggeva attentamente in tutte le pagine).
Il sistema fu semplice. Si munì di foglietti di carta e di una matita che portava sempre in tasca al lavoro. Quando il Maestro dava il consueto ordine di voltarsi, il vivace Lorenzo riusciva a carpire le misure con rapidi colpi d'occhio. Subito dopo chiedeva di andare in bagno dove annotava a caldo ciò che aveva osservato. In alcuni casi la ricostruzione avveniva poco per volta. Mia nonna trascriveva in bella calligrafia e conservava gelosamente, con precisione maniacale, in un quaderno ciò che il figlio aveva velocemente annotato. Grazie a questo stratagemma il giovane Lorenzo bruciò le tappe della sua formazione e divenne giovanissimo un provetto e bravissimo pasticcere. I giovani aspiranti pasticceri di oggi devono fare meno fatiche per la loro formazione. E li invito ad apprezzare e utilizzare le occasioni d'oro che Conpait sta offrendo.
In qualsiasi campo non dobbiamo mai smettere di imparare. Personalmente io ho sempre imparato sia dai miei primi Maestri di storia - Gaetano Cingari e Domenico De Giorgio sia dai tanti altri che ho letto, studiato e incontrato. E tuttora non sono mai soddisfatto di tutto ciò che studio e scrivo. Imparo costantemente e mi correggo continuamente. Senza tregua e senza la presunzione di conoscere tutto del mio mestiere di storico.
3.2. Il ramo Mastronardi
La famiglia di mia madre aveva origini ancora più articolate. Mio nonno Alessandro era nato a Reggio da una coppia proveniente dal cuore dell’Abruzzo. La madre di mio nonno era deceduta dopo un difficile parto. Suo padre si era risposato dopo qualche tempo, avendo due figli e originando incomprensioni nel suo primogenito, che si sentiva trascurato dalla matrigna. Quando il bambino aveva 5 anni, venne a Reggio assieme alla moglie un fratello del padre, emigrato in Svizzera nel Cantone tedesco di Zurigo dove lavorava in ferrovia. La coppia non aveva figli e, dopo avere raccolto le confidenze dei disagi vissuti dal nipote, propose di portare con sé il bambino come proprio figlio. La proposta venne accettata subito dal piccolo Alessandro. Il quale quindi crebbe in Svizzera frequentando le scuole e trovando anch’egli lavoro a 18 anni nelle ferrovie.
A venti anni il giovane decise di venire a visitare dopo 15 anni il padre a Reggio durante le ferie estive. Ma nell’antico Lungomare ebbe un colpo di fulmine non previsto: la visione di una fanciulla bionda che faceva parte di un gruppo di collegiali presso le suore di San Vincenzo. Si informò su di Lei venendo a sapere che apparteneva a una famiglia di Bagaladi, centro sulle falde dell’Aspromonte nell’area grecanica e che a Reggio risiedeva un suo zio che era il suo tutore. Come si usava allora, il giovane Alessandro si presentò a questo zio per chiedere la mano della nipote. Lo zio osservò che non era possibile: “La ragazza è troppo giovane. Tornate l’anno prossimo se siete ancora interessato”. Cocciuto come poteva essere uno di origini abruzzesi nato a Reggio, egli tornò all’attacco l’anno successivo. E si trovò di nuovo al diniego e al rinvio all’anno successivo. Tornò ancora per tre volte e all’ennesimo rifiuto replicò: “Questo è il quinto anno consecutivo che Lei mi rinvia. Sua nipote non cresce mai? O mi dice sì o non tornerò più”. Di fronte a quel giovane risoluto lo zio cedette. Alessandro e Filomena si sposarono a Reggio e andarono ad abitare in un piccolo borgo del Cantone di Zurigo.
Quel trasferimento, nella normalità per lui cresciuto e integrato nella società di lingua e cultura tedesca, si rivelò drammatico per la giovane Filomena. Vivere in un piccolo villaggio dove la popolazione di lingua tedesca non mostrò nessuna apertura verso di Lei, facendola sentire sola ed emarginata, fu un'esperienza traumatica. La situazione peggiorò con la nascita di tre figli, di cui la prima morì dopo pochi mesi. Ma con i restanti due nati nel 1907 e nel 1908 - Antonino e Alessandro - l’ostruzionismo della comunità divenne per Lei insopportabile. Con due bambini così piccoli e con mio nonno che spesso stava fuori tutta la notte per il suo lavoro, Filomena cominciò a entrare in depressione. Alessandro decise di farla visitare da un professore di Zurigo. Il verdetto fu semplice ma traumatico: "Se non vuole che sua moglie entri in un tunnel senza ritorno ha una sola via d'uscita: lasciare il suo lavoro e riportare la famiglia nella città di origine”.
Alessandro non ci pensò su due volte. Si licenziò dalle ferrovie e tornò a Reggio al termine di uno degli anni peggiori della sua plurimillenaria storia: il 1909. La città era reduce dal catastrofico terremoto del 28 dicembre 1908 che l’aveva rasa al suolo assieme a Messina e all’intera area dello Stretto. In pochi mesi era nata la Città di legno, interi quartieri dove spianando le macerie erano state impiantate serie infinite di baracche donate da tutte le parti d’Italia, d’Europa e del mondo. In quello scenario disastrato era assurdo cercare un nuovo lavoro. Dopo alcuni tentativi a vuoto Alessandro venne assunto in un settore nevralgico, dove cercavano persone determinate e coraggiose, in grado di affrontare l’emergenza dei continui incendi che scoppiavano in quei filari di capanne di legno: il Corpo dei Vigili del Fuoco. E nacquero in successione altri 7 figli, tra cui mia madre Gioconda nel 1916. Lo stipendio da vigile non poteva sfamare una famiglia così numerosa. Ma Alessandro non si perse d’animo. Riuscì a comprare un piccolo giardino nel quartiere di Tremulini. E lì, nel tempo libero dal servizio, coltivava gli ortaggi, impiantò una vite per prodursi il vino, allevò un maiale l’anno assieme a galline e conigli e creò un alveare dove produceva il miele. In Svizzera aveva imparato a montare le prime biciclette. Si mise a importare componenti di biciclette che assemblava, vendeva e riparava.
Grazie a questo suo triplice impegno mio nonno sacrificò totalmente la sua esistenza alla famiglia, non facendole mai mancare nulla. Io raccolsi le sue testimonianze andando spesso a trovarlo di pomeriggio quando ormai si era pensionato da brigadiere dei pompieri e accompagnandolo anche nella cura del giardino. Ero affascinato dal suo modo di raccontare in un italiano corretto la sua avventurosa esistenza arricchendo l’esposizione con aneddoti che avevo ormai imparato a memori chiedendogli di raccontarmeli per l’ennesima volta. Prima dell’amore per la storia rappresentò la mia formazione primaria negli anni delle Elementari. Allora l’uso del dialetto era diffusissimo. Lui era un’eccezione. Non lo conosceva perché era mancato da Reggio dai 5 ai 30 anni e la sua prima lingua era il tedesco. E quando diceva qualcosa in dialetto provocava spesso l’ilarità dei suoi figli. L’italiano lo aveva praticato in famiglia e studiato come lingua straniera. Perciò il suo italiano era corretto e fluente, senza influssi dialettali. Mi trasmise due concetti basilari che si sono stampati nella mia mente e non mi hanno mai abbandonato:
“1) quando sceglierai il tuo lavoro lo dovrai fare col massimo impegno, dedicando tutto te stesso per svolgerlo nel miglior modo possibile e rispondendo sempre alla tua coscienza e non a quello che dicono gli altri; 2) anche svolgendo al meglio il tuo lavoro non dovrai mai trascurare di partecipare alla vita della tua comunità, dando il tuo contributo libero ai problemi collettivi. Agendo secondo i tuoi ideali e mai abbassando la testa”.